DESSI DENEVA -DEDE

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DESSI DENEVA nasce a Sofia in Bulgaria, dove vive e lavora. Si laurea all’AccademiaNazionale delle Belle Arti di Sofia, Master in Pittura Murale.Nel 1988 ottiene il suo primo riconoscimento artistico proprio per la pittura murale cuifaranno seguito altri premi importanti per la pittura, la grafica e lavori su carta fino al 2013.

Nel 1996 inizia la lunga serie di mostre personali e collettive prima in tutta la Bulgaria e poi nelle maggiori città e capitali europee come Bratislava, Firenze, Vienna, Berlino, Parigi, Budapest e in altri Paesi quali Olanda, Rep. Ceca, Serbia, Croazia, Grecia, Turchia, Usa e Spagna.

I suoi lavori sono conservati in collezioni private in Bulgaria, Turchia, Belgio, USA, Cile, Argentina, Egitto, Ungheria, Olanda, Cipro e Francia.

Alcuni lavori monumentali come affreschi e pittura su vetro, mosaici a pavimento o a muro, in marmo pietra e ottone, sono invece stati creati per istituzioni pubbliche

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Foto dal vernissage del 27 Febbraio 2019 a cura di Francesca Rinaldi

Oltre l’orizzonte s’intravede la speranza.

di Anna Amendolagine,

OLTRE L’ORIZZONTE è una mostra che Desislava Deneva, artista bulgara in arte Dede, propone a Roma e che sintetizza la sua ultima produzione, dal 2016 al 2019, con cui presenta il suo linguaggio pittorico molto personale.

Composta da 11 opere, a olio o acrilico su tela e mista collage su carta, l’esposizione è una via simbolica e particolare all’arte contemporanea. Con figure metaforiche, simboli e segni.

In queste opere si vede un mondo stanco, pieno di oggetti affastellati come in una soffitta, in un garage o in una nave in disarmo. Oggetti riconoscibili: utensili, attrezzi, pennelli, scatole vuote, parti meccaniche o di computer a rappresentare chissà quali tortuosi meccanismi della mente. Ma anche oggetti irriconoscibili. Rottami di materiale vario. Le catene appaiono spesso, lunghe o spezzate ma annodate in gruppi, sono il potente simbolo di un’umanità incatenata alla meccanica e alla tecnologia. Tanto metallo1,

per darel’Idea di un mondo meccanico allo sfascio.

Il tema si ripete nei vari quadri ma con composizioni sempre diverse e sempre nuove.

I cromatismi prevalenti sono quelli freddi del metallo, persino arrugginito. Lividi. Tra loro il viola un poco si fa strada timido, colore mistico ma anche simbolo di sofferenza.

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E’ un figurativo che rasenta l’astratto. Vari piani intersecati l’uno con l’altro a significare che i piani di lettura dell’opera, così come quelli della realtà, sono sconvolti. Il punto di vista ovviamente non esiste, ce ne sono tanti, diversi. Brandelli di una realtà in dissoluzione, immagini metaforiche di paesaggi interiori contemporanei. Accenni di geometria o figure geometriche ma senza prospettiva. La prospettiva è la grande assente nei lavori di DEDE. Sta all’osservatore il compito di districarsi da questo caos per decodificarne l’apocalittico messaggio: l’uomo con la sua tecnologia annienta e fagocita la natura.

Di fatti in queste opere la natura non c’è, o se c’è è allo stremo: arida, prosciugata, fagocitata. Si rappresenta come rami o legni secchi di alberi che appartengono a un passato molto molto, remoto. Oppure uccelli neri disposti come geroglifici, collocati all’interno e al margine di alcune opere. Per l’artista sono simboli di qualcosa che non si conosce.

 

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Pezzi di stoffa, che avvolgono quel che resta di un quadro con panneggi senza senso che forse ci ricordano il passato, sempre remoto, di una pittura che esaltava l’uomo e ne omaggiava le qualità con la rappresentazione della bellezza dei loro volti e delle loro vesti. 

Se non del tutto assente, anche la presenza umana è sporadica. Corpi mutilati, disarticolati, sbozzati, disegnati, profilati, svuotati e senza testa. Non c’è azione, come a dire: questo è quello che ha creato l’uomo che oramai non serve nemmeno più, sparito e sepolto sotto tutta questa paccottiglia.

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Però la figura umana, malconcia seppur riconoscibile e che sempre è donna, tra tutti questi pezzi di ferro a volte appare nuda, ripiegata su sé stessa, semi-addormentata, inglobata nelle ferramenta. Sogna, forse, di un altro tempo, di un’altra epoca, magari di un altro futuro. Piange? Riflette? Su che cosa? Anche lei è confinata assieme ad altri elementi di mobilia, ad altre repliche, non serve più. La donna è inutile, anche la sua funzione di madre è obsoleta, sostituita da maternità alternative, in provetta, surrogate. Irriconoscibile. Bambole rotte. Manichini mutilati e mostruosi nel loro essere ormai fossilizzati e trasformati da materia organica a inorganica. Le sue parti, i suoi seni sono privi di senso. Per fortuna ci sono cerotti incrociati a soffocare momentaneamente le ferite dell’esistenza.

Talvolta la donna, sempre dimezzata mai intera, riesce a cogliere un frutto che le fluttua accanto magicamente, lo coglie e si riconcilia con la natura e con il nutrimento, funzione che in fondo le appartiene. Un segno di speranza.

 

Spesso i colori che la denotano sono quelli dello sfondo su cui è adagiata. Ruggine, grigio metallizzato. In alcuni quadri è dipinta di blu o vestita di blu, colore spirituale per eccellenza, sullo sfondo un mandala. Altro segno di inconfondibile speranza.

Ma ce n’è un terzo. Sia come ragnatela, sia come pezzettino di cielo la natura sotto sotto riesce sempre a riaffiorare, ad emergere. Dede confessa che, nonostante tutti i suoi sforzi, non riesce proprio a farne a meno. E’ questa la speranza che si lascia intravedere nelle sue opere.

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